I popolari non sono morti, nel Pd ora c’è una sintesi vera e matura

E’ interessante riflettere su come la stampa, specie quella solitamente dedita al classico tema del “disagio dei cattolici nel Pd”, oggi scopra la notizia del “tramonto dei popolari”. Il vento rottamatorio non poteva lasciare certo immuni gli eredi di quello che è uno dei due antichi filoni culturali del Pd, e anzi forse i commentatori son stati fin troppo distratti finora, complice la zona d’ombra in cui la guida a sinistra di Bersani e l’arrembante scalata di Renzi hanno posto i vecchi dirigenti cresciuti a piazza del Gesù, poi colonna portante organizzativa e funzionale della Margherita dietro la leadership di Rutelli. di Chiara Geloni
11 AGO 20
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E’ interessante riflettere su come la stampa, specie quella solitamente dedita al classico tema del “disagio dei cattolici nel Pd”, oggi scopra la notizia del “tramonto dei popolari”. Il vento rottamatorio non poteva lasciare certo immuni gli eredi di quello che è uno dei due antichi filoni culturali del Pd, e anzi forse i commentatori son stati fin troppo distratti finora, complice la zona d’ombra in cui la guida a sinistra di Bersani e l’arrembante scalata di Renzi hanno posto i vecchi dirigenti cresciuti a piazza del Gesù, poi colonna portante organizzativa e funzionale della Margherita dietro la leadership di Rutelli. Improvvisamente, invece, eccoli nel mirino dei nuovisti: ottusamente intransigenti nell’opposizione al renzismo, gaberianamente autorottamati dal “la mia generazione ha perso” del loro leader storico Castagnetti, tragicamente demodé nella diffidenza per gli entusiasmi partecipativi da gazebo.

Che con la nascita del Pd sarebbero finite le rendite di posizione gli ex Popolari lo sapevano, il che non ha impedito loro di trovare il colpo di reni per dare infine un senso a questa storia, liberandosi dalle resistenze di Rutelli e recuperando autonomia nel guidare ciò che restava del cattolicesimo democratico italiano verso il suo destino, il partito dei riformisti. Tra il dire e il fare poi però spesso arriva il difficile, e il matrimonio coi “compagni” non s’è rivelato psicologicamente leggero. Era stato molto più semplice con Rutelli, era bastato mantenere quel po’ di controllo della macchina. Con gli ex Pci la competizione era in campo aperto, non serviva più l’organizzazione ma la forza delle idee e delle personalità. Così qualcuno s’è buttato a presidiare un po’ di temi, la scuola, l’etica, provando a guadagnarne l’esclusiva e rassegnandosi al minoritarismo; qualcun altro ha provato a sponsorizzare una sinistra light versione Veltroni, e ha finito per credere che l’erede del pensiero politico di De Gasperi sia Francesco Giavazzi e che il cattolicesimo sociale sia stata una stravagante idea minoritaria di quello “statalista” di Dossetti; e poi ci son stati quelli che si son buttati sul nuovo che più nuovo non si può, versione Matteo.

Però attenzione a darli per morti, i Popolari. Furono i primi e i più lucidi, loro, a riconoscere a suo tempo il pericolo berlusconiano. Si chiamavano ancora sinistra Dc, c’era la legge Mammì sul tavolo, il loro fu un gesto profetico e anticipatore. Non ci fu altrettanta lucidità nel Pci, tantomeno tra i dorotei già succubi di Craxi. E non è l’unico caso, da allora, in cui la cultura dei cattolici democratici si è rivelata quella giusta e più solida per interpretare i tempi, magari contromano: difesa della costituzione, no al leaderismo spinto, cultura delle autonomie senza estremismi localistici, ispirazione solidale. Quello che manca oggi semmai è una generazione di giovani politici capaci di interpretarla “adesso” quella cultura, con un linguaggio adatto ai tempi e con le famose facce nuove. O magari ci sono, ma dove, un po’ di “giovani turchi” in versione cattodem?

di Chiara Geloni (direttore di YouDem)